Racconti da L'Aquila

Riprendiamoci, noi donne, la città

di Monica Nobile

Voglio dedicare questo spazio alle donne. Lo voglio dedicare, in particolare alle madri aquilane che ho avuto il privilegio di conoscere durante il progetto Riprendiamoci, due anni fa, dopo il terremoto di L’Aquila.

Molti ricorderanno quel progetto. Riprendiamoci è stato promosso dall’Associazione Genitori si Diventa per dare un contributo concreto alle famiglie di L’Aquila. Perché quella mattina del 6 aprile in tanti dell’associazione hanno avuto il bisogno, prima ancora che il desiderio, di occuparsi in qualche modo delle figlie e dei figli.

Forse perché essere genitori porta, continuamente, davanti agli accadimenti della vita, a pensare ai propri figli e ai figli di altri come se fossero i propri.

Forse perché essere genitori adottivi porta, continuamente, ad entrare in sintonia con chi vive l’esperienza della perdita, proprio come si impara ad entrare in sintonia con i sentimenti di perdita dei propri figli, arrivati da lontano, da soli, alle prese con un prima e con un dopo, alle prese con la perdita implicita in questo passaggio.

Forse per questi motivi, per questa speciale empatia, quel progetto ha avuto un impatto, un’energia, una forza che ha sorpreso gli stessi che l’avevano inizialmente avviato.

E’ di nuovo aprile. E’ l’ora degli anniversari, dei bilanci, dei conti che spesso non tornano.

Penso alle ragazze e ai ragazzi aquilani, che ogni tanto vengono a trovarmi, che mi spediscono messaggi su questa o quella iniziativa. Che, a gruppetti, da quella volta di Riprendiamoci, vengono a Venezia per stare bene. Belli, vitali, incrollabili.

Penso alle loro madri. Quella volta mi hanno affidato le loro figlie e i loro figli; me li hanno mandati a Venezia senza conoscermi. Una di loro, affidandomi sua figlia, mi ha detto “Se le capita qualcosa ti ammazzo”, da madre a madre.

Credo che lo abbiano fatto con la fiducia che una madre nutre verso un’altra madre, una donna verso un’altra donna.

Il 7 e l’8 maggio le donne aquilane invitano tutte le donne d’Italia a L’Aquila, a vedere com’è, a sentirne gli odori, a toccare le spaccature, a stringere mani.

Credo che dovremmo andare tutte lì. Noi madri che abbiamo l’esperienza di amare il figlio nato da un’altra madre. Noi che abbiamo l’esperienza, non facile, non senza contraddizioni, di custodire nei nostri figli il rispetto per la loro madre originaria.

Credo che dovremmo coglierla, questa occasione. A partire da un dolore, siamo capaci di far nascere un progetto. Tutte noi madri adottive, dovremmo portare la nostra esperienza forte, di solidarietà e di rispetto verso altre donne e altre madri.

Vediamoci tutte lì, noi donne e madri capaci di speranza e di rinascita, concrete e battagliere, che abbiamo insegnato ai nostri figli a non perdersi nella disperazione di ciò che hanno perduto, a rinascere in noi, tenendo insieme un prima e un dopo, una madre e l’altra.

L’Aquila ha bisogno di donne capaci di ricostruire, noi madri adottive siamo esperte in questo.

*** arricolo scritto per “Adozione e dintorni”, il giornale dell’associazione Genitori si diventa. 


L’Aquila spiegata al mio cane

di Luisa Nardecchia

Caro Teo,

da quando il tuo padroncino non può occuparsi di te, tocca farlo a me.

Lo sai che gli animali non sono la mia passione: spelano, pretendono. E soprattutto puzzano.

Quando al colloquio per l’assegnazione della CASA mi hanno chiesto se avessi animali, ho detto subito “NO”, per paura di dover aspettare ancora. Era novembre, era freddo, così ti ho rinnegato, ho pensato di potermi liberare di te. In fondo non mi sei mai piaciuto (a me piacciono i gatti lo sai, non sopporto lo sguardo implorante che avete voi cani).

Ma poi non ce l’ho fatta a lasciarti, dopo quello che abbiamo sofferto insieme! Ti ricordi quando eravamo sfollati, non ti hanno preso in albergo e dovevi dormire in macchina? Una mattina, dopo una bufera notturna, ti abbiamo ritrovato mezzo morto. Corsa al veterinario e diagnosi: “attacco di panico”. Pure il cane con gli attacchi di panico, mi doveva capitare…

E così eccoci qui. Non ti lascio più, ormai dobbiamo convivere, porca miseria. E non guardarmi in cagnesco! Ho dovuto imparare ad accudirti, a portarti a spasso, con tutti quegli strani rituali dei canari (“E’ maschioooo?... Ah! tienilo!!” … “E’ femminaaaa? Ah! ok… tranquillo!”… ). SGRUNT. A sera, noi delle C.A.S.E., abbiamo imparato a gestire gli orari, usciamo a turni per non darci fastidio. Ti porto a spasso sul ciglio della strada, con le macchine che sfrecciano vicine. Ma dove altro posso portarti? I viali sono tutti bui, forse dobbiamo risparmiare sulla luce. E’ buio pesto dovunque, tranne che vicino ai centri commerciali. Forse lì la luce la pagano loro. In centro storico ho paura a portarti, c’è il veleno per i topi e lo potresti mangiare. Inoltre è pieno di randagi. Lo so che Piazza d’Armi ti piace tanto, ma la sera è così buio che non ci si vede neanche con la torcia! Inoltre è pieno di randagi. Il parco del sole mi fa stare male, è dove c’era la tendopoli, mi dà fastidio perfino passarci. Inoltre è pieno di randagi. Il parchetto di Via Strinella e quello del Torrione e quello del Castello sono talmente sporchi… inoltre (indovina un po’?) ci sono i randagi. La villa Comunale però è sempre bellissima! E’ l’unica zona verde ancora ben curata e illuminata: ci sono i randagi ma anche la gente, quindi non ho tanta paura a portarti lì. Lo so, ti chiedi come mai da due anni non riusciamo a trovare un posticino intorno alla C.A.S.A.. Ma vedi, non mi va di portarti nei giardini del cortile, perché lì ci giocano i bambini. E fuori dall’oasi faunistica della C.A.S.A. non c’è nulla, neanche il marciapiede, lo sai tu, e lo sanno le persone anziane che girano intorno alla riserva indiana come matti nel giardino della casa di cura. Ma dove portano i bambini a spasso con le carrozzine? Boh. Lo so, ti sembra di stare al Truman show: il segreto è non uscire dalla riserva! Appena ti allontani non c’è nulla, il clima è ostile e ti ricaccia dentro. Ci sono le strade a scorrimento veloce, e le abitazioni di quelli che erano già qui, che (poveracci pure loro) hanno visto confiscate le terre e deturpato il paesaggio dalle CASE. Ci considerano usurpatori e pezzenti. Ti ricordi quella tizia autoctona che ti ha lanciato addosso il suo cane autoctono? Alle mie rimostranze ha gridato: “Ma revattene da ddo sci venuta!”…. (“Eh… bella mé… Magari!” ho pensato mentre la maledicevo). Da allora giro sempre col bastone, lo sai. L’ho perfino usato sulla groppa di quel pastore abruzzese (sempre autoctono e libero) che un giorno ti ha azzannato al collo. Non potevo crederci! Che mi è toccato fare… io che picchio Cujo per difendere il mio cagnetto!!! Proprio io che avevo paura di tutti i cani del mondo. Lo vedi Te’, il terremoto ti trasforma, ti cambia, ti fa dire: adesso ricomincio tutto da zero. Voglio essere diversa da prima, voglio essere migliore di prima! E poi dici anche: voglio una città più bella di prima, che non abbia i problemi di prima, la voglio verde, la voglio a misura d’uomo, la voglio a misura di cane, la voglio comoda, la voglio europea!!!! E’ fantastica, Te’, l’opportunità che si offre a una città dopo un terremoto. In nome della storia, in nome di 309 morti. Lo so, lo so, tu ti chiedi come mai in un anno non sia stato fatto ancora nulla. Ma vedi, Te’, in quest’anno trascorso si doveva litigare un po’, si doveva discutere, studiare! … Te’, gli umani non sono poi così diversi da voi cani. Un bell’osso profumato… Chi la dura la vince, e la dura chi ha i mezzi. Ora ti starai chiedendo la verità della favola della società civile, del pensiero collettivo, delle minoranze, dei deboli, degli svantaggiati… Ti chiederai dove sono le persone importanti, dove sono gli studi sul dopo-sisma, le rilevazioni scientifiche sulle tossicità, dove sono gli appelli degli intellettuali, dove sono le raccolte di firme dell’intellighentia (non serve una lista da MicroMega hai ragione, non importa chi siano, importa COSA siano) e ti chiederai dove sono le ricerche epidemiologiche, dove sono le associazioni commerciali, quelle robe per le quali c’è un imprenditore che indirizza le azioni dei poveri cristi ambulanti ora tutti alcolizzati (ti ricordi, ce l’ha detto Franca, la psicologa degli alcolisti anonimi), quelle robe che ti possono consigliare il da farsi. E dove sono le associazioni degli psicologi, i report, le denunce degli aumenti di malattie mentali, di dipendenze, di mali incurabili, di stress post-traumatico. Ebbene sì, Teo: sappi che tutte queste belle cose ci sono! E sono chiuse in qualche cassetto… insieme ai master-plan!!! Di sicuro ne verranno fuori fantastiche pubblicazioni! Fantastiche pubblicazioni inutili! Oh, però fanno curriculum! Mica capita a tutti un terremoto, bisogna approfittare, è un’occasione servita su un piatto d’argento! Guarda che il terremoto ha restituito vita a un sacco di dead men walking: “i surfisti” sono tutti ringiovaniti! Inoltre, sai Teo, conviviamo stranamente: chi ha la propria casa, fresca fresca appena rifatta di mille colori da Stabilo-boss, e chi non ce l’ha più e vive nel tormento quotidiano (la rivedrò mai? ci saranno i soldi per ricostruirla? se li mangeranno tutti prima? devo vendere? devo svendere?). Viviamo e lavoriamo fianco a fianco! Quelli che hanno il problema di dove andare a fare l’happy hour e quelli che non hanno più né passato, né futuro, solo un orribile presente da accampati. E i primi guardano ai secondi come a dei piagnucolosi rompiballe! Gli danno dei depressi esauriti, gli dicono che la fanno lunga, gli dicono che non si danno da fare, che sono buoni solo a lamentarsi!!! Pretendono le stesse prestazioni, magari pure di più. Oppure ti dicono “pensa ad altro! Non puoi pensare solo al terremoto! Vivi la tua vita!”. Vivi la tua vita…. Eh.. Caro Teo, la legge degli umani è “a chi tocca tocca, ed è toccato a te (per fortuna)”. Poi sui libri ci si scrivono un sacco di fesserie, così, per depistaggio, ma non devi crederci! homo homini canis! Capito? No. Non hai capito. Se nasci cagnetto con gli attacchi di panico, certe cose non le puoi capire. Lascia fare… Vieni qui, giochiamo a “Io sono leggenda”… Godiamoci la passeggiata, e il freddo di questo gennaio, e il sole che spunta, come fosse primavera, pure sopra le C.A.S.E. …


Mattoni neri e verdi

di Cristiana Alfonsetti

Nell’estate del 2010, sotto un caldo africano si è svolto il campionato del mondo di calcio, in Sudafrica.

Alla fine del campionato abbiamo visto una squadra alzare una coppa e il Presidente festeggiare sotto una pioggia di coriandoli. Tutti conosciamo questa scena, uguale sempre per ogni campionato del mondo. Apparentemente.

Se però lo sport è il rugby, la squadra gli Springbok, l’anno il 1995 e il Presidente neo-eletto Nelson Mandela, questa scena immediatamente acquista una carica emotiva esplosiva, che la rende unica per tutti, non solo per i tifosi o i concittadini.

Infatti quel campionato del mondo di rugby fu per Mandela e per il Sudafrica un momento storico. Un momento di unione e di comprensione reciproca nella terra della discriminazione razziale più feroce, che proprio a ridosso del campionato di calcio, Clint Eastwood ha restituito alla memoria del mondo grazie al film Invictus.

Momento centrale del film è il discorso che Mandela fa al congresso del suo partito, il quale aveva appena deciso di cambiare colori, nome ed emblema della squadra di rugby degli afrikans, considerata il simbolo dell’apartheid:

Fratelli sorelle compagni

sono venuto qui perché ritengo che abbiate preso una decisione con informazioni e lungimiranza insufficienti.

So bene del vostro voto di poco fa, e so bene che è stato un voto unanime, tuttavia io vi dico che dovremmo ripristinare gli Springbok, reintegrare il loro nome, il loro emblema e i loro colori immediatamente e vi dico perché […] Non sono più i nostri nemici oggi gli afrikans, essi sono i nostri fratelli sudafricani, i nostri concittadini in democrazia e a loro stanno a cuore gli Springbok e il rugby; se glieli portiamo via li perderemo, daremo prova di essere esattamente come loro temevano che fossimo. Noi dobbiamo sorprenderli con la comprensione, con la moderazione e con la generosità. Io conosco tutte le cose che loro ci hanno negato, ma questo non è il momento di consumare meschine vendette, è il momento di costruire questa nazione, usando ogni singolo mattone a nostra disposizione, anche se quel mattone a volte è di colore verde e oro.

La prima nazionale di Invictus è stata proiettata a L’Aquila, città di rugby, città da costruire di nuovo, città la cui pelle sociale sta cambiando radicalmente da monocroma a multietnica a causa di un enorme flusso migratorio determinato dalla massiccia presenza di cantieri edili, città che, sotto il vocìo sociale, sta lasciando emergere ciò che di solito è muto: le file di immigrati che ogni mattina aspettano di essere caricati per andare a “lavorare a giornata”.

Mentre in Sudafrica si svolgeva il campionato di calcio, a L’Aquila, sotto il caldo africano, c’è stata una festa interculturale aperta alla cittadinanza.

La festa era organizzata da Ricostruire insieme.  

Ricostruire insieme era un coordinamento di associazioni nato all'Aquila dopo il sisma del 6 aprile 2009 allo scopo di offrire un servizio di orientamento agli immigrati ed educazione alla convivialità delle differenze.

Del coordinamento fanno parte soggetti sociali anche molto lontani tra loro per metodi: la Caritas Diocesiana dell'Aquila, il Comitato Arci L'Aquila, Rindertimi, Gentium, Iris, Pralipè, Comunità Peruviani L'Aquila, Asil, Afipo, Unimondo, con la collaborazione della Provincia autonoma di Trento. L'attività del coordinamento era iniziata a L’Aquila nelle difficili condizioni delle aree di accoglienza post-sisma, dove alcuni volontari si sono occupati di monitorare le necessità degli immigrati e di prestare assistenza per le esigenze legate a problematiche quali, ad esempio, rinnovo dei permessi di soggiorno e ricongiungimenti familiari e, in generale, cercando di ovviare ai disagi che la vita nei campi di accoglienza presentava.

Ricostruire insieme pubblica anche un periodico informativo plurilingue, ad uscita quindicinale, che approfondisce diversi aspetti del fenomeno migratorio nel territorio, ed è articolato in due progetti finanziati dal Fondo Europeo per l'Integrazione di cittadini di Paesi Terzi: un Centro Informativo per l'Immigrazione e un Centro Interculturale. (www.ricostruireinsieme.it)

Nel programma della festa c’erano: danzatrici aquilane che praticano discipline coreutiche orientali - danza del ventre e danza classica indiana - proiezione di un documentario su terremoto e immigrazione dal titolo La Casa, di Silvia Consales e un musicista e scrittore proveniente dal Guinea Bissau che vive a Roma, Filomeno Lopes, tutti coordinati da una donna iraniana, Farnaz Mirzapoor, responsabile del centro interculturale aquilano.

Una festa interculturale come ce ne sono tante in tutte le città d’Italia e che tutti conosciamo. Apparentemente.

Se però la città è L’Aquila, quasi distrutta da un terremoto e dove quello per cui si combatte è la costruzione di un nuovo tessuto urbanistico e culturale, ecco dunque che una festa interculturale, il cui tema è la ricostruzione di una comunità, assume un valore politico e una carica propulsiva enorme.

Il documentario LA CASA, proiettato durante la serata, ha tradotto questo pensiero lucidamente. Una serie di interviste sull’esperienza del valore e della perdita della casa, interviste fatte a terremotati e immigrati, inquadrando dell’intervistato solo particolari del volto, in modo da nascondere il più possibile alla vista, la sua identità razziale e culturale. Il risultato è valso a sottolineare tutta la complessità sociale che emerge dalla catastrofe fisica e mentale, di una comunità sociale.

Ospite d’onore della festa è stato Filomeno Lopes. Musicista originario della Guinea-Bissau, che ha studiato a Roma, scrittore, redattore per la Radio Vaticana, professore di Antropologia Culturale, Sociale e Filosofica, al Centro Unitario Missionario di Verona e professore di Filosofia, Comunicazione e Rinascimento africano.

Folomeno Lopes, attraverso la musica del suo paese e un tono da missionario, ma del tipo dei missionari combattenti, ha raccontato cosa voglia dire oggi chiamarsi africani, cosa sia costato e costi ancora chiamarsi tali e cosa voglia dire e costi chiamarsi cittadini del mondo.

E’ stata una festa in cui si è guardato, ballato, mangiato e discusso con un grado di coinvolgimento molto profondo e per due ore è sembrato davvero possibile pensare di costruire questa città, usando ogni singolo mattone a nostra disposizione, anche se quel mattone a volte è di colore nero e verde.

 

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